Trama: Sete, cittadina vicino Marsiglia. Beiji, 60 anni, lavoratore portuale affaticato, si trascina sul cantiere navale del porto per un lavoro che, con l’eta', e' diventato insostenibile. Padre di famiglia, divorziato, continua a restare vicino alla sua ex moglie e ai figli, nonostante una storia familiare fatta di rotture e tensioni che le difficolta' finanziarie non fanno che acuire. Beiji attraversa un periodo delicato della vita e tutto contribuisce a far crescere in lui un sentimento di inutilita'. Una sensazione di fallimento che lo accompagna da un po' di tempo, e che a un certo punto vorrebbe scrollarsi di dosso realizzando un sogno: mettere su un ristorante di sua proprieta'. Certo, l’impresa e' alquanto improbabile visto che il suo stipendio, insufficiente e irregolare, non basta certo a offrigli i mezzi per realizzare la sua ambizione. Questo, tuttavia, non gli impedisce di sognare, di parlarne, soprattutto in famiglia. Una famiglia che pian piano si unisce intorno al progetto, diventato per tutti il simbolo della ricerca di una vita migliore. Grazie al loro senso di organizzazione e ai loro sforzi il sogno si avvia verso la realizzazione. O quasi...
Recensire un film così è difficile. E per due ragioni. La prima è che ha vinto il Leone d'Oro a Venezia, il che già dice moltissimo. La seconda è quella più soggettiva: è uno stile, può piacere o non piacere.
La storia ruota intorno alla vita del 61enne franco-maghrebino Slimane (Habib Boufares), operaio di cantiere navale vicino a Marsiglia. Divorziato, con una nuova compagna e una vulcanica figliastra (la rivelazione Hasia Herzi), è però ancora molto legato alla sua famiglia d'origine. Con l'indennità di un non-voluto licenziamento, Slimane invece di tornare "al paese" e godersi la vecchiaia, pensa invece a lasciare qualcosa ai figli.
E il vecchio dalla faccia bruciata da sole si mette dunque in gioco, cercando di realizzare un sogno: creare un ristorante con specialità cous cous (in cui l'ex moglie eccelle) su una vecchia imbarcazione che lui e i suoi figli ristruttureranno. Un suicidio economico che raccoglie solo fredda cortesia. Eppure lui va avanti imperterrito, aiutato da una famiglia che tira a fine mese per miracolo ma che, vivaddio, è unita e lo ama. Arriva la sospirata e temutissima sera dell'inaugurazione: è a inviti, serve a farsi conoscere, a convincere la "gente che conta" (compresi i funzionari del prestito) della bontà del progetto. Le premesse sembrano ottime, ma c'è, ovviamente, un "ma".
Scordatevi il classico film dalla trama lineare, dal percorso definito. Il regista, Abdel Kechiche, snoda la storia su percorsi narrativi differenti, che convergono ora su una questione, ora su un'altra. Microcosmi familiari che rivestono, in quel momento, importanza massima (nipotina e vasino, nuora tradita e isteria, gelosie tra donne, paternale/maternale all'inverso). Gli uomini passano la palla alle donne, matriarche più che mai e più che mai risolutrici di problemi: sono loro, in questa storia, a prendere in mano le situazioni, sempre, fino a un finale che rapisce per intensità e semplicità. Oltre a questo, due momenti emergono su tutti: la splendida incazzatura di Rym (la figliastra) verso la madre che, per gelosia, non vuole andare all'inaugurazione e il lungo pranzo domenicale (20 minuti di girato) della famiglia d'origine.
Corale, cacofonico, estenuante, con primi piani veloci e schizoidi (camera a mano docet). La solidarietà corre lungo tutta la pellicola e condiziona lo spettatore, che sente una gran voglia di intervenire, ma che esce con un senso di irrisolto e di tachicardica tenerezza.
Volutamente lunghissimo (due ore e mezza), può riassumersi nell'aggettivo "pesante", seppur da non prendersi nella sua accezione negativa. C'è chi ne uscirà incantato. Chi, invece, sbufferà per tutta la durata, uscendone stremato. Ma è uno stile, appunto.