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Cosa succede quando si dà vita ad un personaggio?
Cosa succede quando si dà vita ad un personaggio?
Cosa succede nel momento magico (o deludente) in cui qualcuno dà vita ad un personaggio e cerca di coinvolgere il pubblico, di trascinarlo con sé entro un altro universo emotivo?

Daniele Aureli, giovane e promettente attore, illustra la magia del teatro e della recitazione affrontando grandi tematiche e avvalendosi della sua esperienza.

"Vi chiedete perché ho scelto questo argomento? E io chiedo a voi: “Perché no”? Cosa avrei dovuto scrivere secondo voi? La composizione chimica della plastica e le principali caratteristiche di questo materiale? No! (Soprattutto perché mi è venuto in mente solo adesso e non prima…scherzo!).
Ho 23 anni e la cosa più importante per me adesso è esprimermi. Ognuno si esprime con i propri mezzi: Beethoven si esprimeva con la musica, Maradona con il calcio (e a volte anche con altro), Maria (mia nonna) si esprime cucinando, ed io mi esprimo recitando. Recitare è una parola grande, ed attore lo è ancora di più, ma se non uso queste parole, e non ci credo io per primo, i sogni saranno ancora più difficili da realizzare.
Mi sono diplomato presso l’accademia di recitazione televisiva cinematografica e teatrale Mumos , diretta da Marzia Ubaldi, Gastone Moschin, Emanuela Moschin e Mico Cundari; sono laureato in scienze e tecnologie della produzione artistica; sono diplomato in solfeggio , ma la mia vita ruota attorno al "teatro"; con la parola "teatro" intendo tutto quello che riguarda l’attore ovvero ciò che ci permette di esprimerci e recitare.
Ho avuto alcune esperienze televisive, un piccolo approccio al doppiaggio e sono salito più volte sopra ad un palcoscenico. L’emozione che ti dà il palco è pericolosa quanto affascinante; sei te contro tutti, non puoi sbagliare…devi essere "dentro" al personaggio per emozionare chi ti osserva e chi ti ascolta, ma devi essere anche "fuori" per sentirti, e renderti conto di ciò che stai facendo, se esageri o se sei sottotono; credo che il teatro sia un fatto di equilibrio; a volte bisogna cedere e a volte bisogna prendere.
Viviamo oggi in un mondo dove chiunque si definisce "attore", da mostri sacri del teatro a sconosciuti passati dalla porta di un reality; protagonisti di film non sono più attori che "hanno dato la vita" per questo mestiere, ma a volte ci sono davanti alla macchina da presa ragazzi che vogliono solo apparire belli per poi perdersi nel buio dei ricordi.
Ciò che io desidero per il mio futuro non è la fama e nemmeno il successo; ciò che voglio è essere un bravo attore perché ho studiato e continuo a studiare per questo; ognuno al suo posto: non sono un dottore quindi non posso operare; non sono un attore quindi non "dovrei" recitare…ma forse sto andando sognando tempi ancora troppo lontani.
Sono fiero di quello che per ora sto facendo:ho recitato e continuo a recitare in più compagnie teatrali per rubare esperienza da ogni regista che mi conduce (Gastone Moschin, Marzia Ubaldi, Massimiliano Burini con la compagnia occhisulmondo, Roberto Biselli…). La gavetta è ancora molta e la strada è lunga, ma anche “Roma non è stata creata in un solo giorno”.
Ho fatto dunque un lavoro su cosa esprime il teatro e cosa e come si esprime l’attore. Ho inserito molte citazioni perché, potrei dire delle cose, ma c’è sempre qualcuno che le ha dette in modo migliore e quindi perché fargli un torto; prendete Shakespeare, per me è un genio senza eguali, mi trasmette una forza e delle emozioni grandissime, solo con un po’ di inchiostro, qualche foglio di carta, e un’infinità di sogni.
La mia passione per "la vita" è nata qualche anno fa grazie a delle persone che sarà difficile per me dimenticare, che mi hanno mostrato la bellezza che si trova dietro a delle pagine di un libro, o dentro la mia testa. Ora mi emoziono per un tramonto, per una giornata di sole, ma anche quando, a volte, prendendo il caffè, sento un particolare odore che mi ricorda quando mia madre, da piccolo, si svegliava presto e mi preparava la colazione, e più il ricordo diventa forte, più l’occhio mi diventa lucido. Credo molto nel destino, e credo che se quel giorno (un giorno particolare della mia vita), non mi fossi trovato in quel luogo, non avrei mai conosciuto delle persone per me ora molto importanti che hanno cambiato la mia vita. Questo mio “sogno” sta continuando ora grazie invece a dei maestri, che mi hanno insegnato e continuano ad insegnarmi ad apprezzare la magia del teatro e della recitazione in ogni luogo, anche per strada, in locali; perché si sa che prima si deve fare molta gavetta."

Per secoli si è affrontato il problema affidandosi al mito della naturalezza: "l’attore deve immedesimarsi nelle passioni che rappresenta, solo così gli riuscirà efficace". La formulazione di questo assunto è antichissima, nel senso che già Orazio scrive: "non basta che la poesia sia bella, bisogna che sia dolce e che trascini, a suo piacimento, l’animo degli ascoltatori". E parlando degli attori scrive: "i volti umani ridono con chi ride e piangono con chi piange. Se vuoi che io pianga, prima devi provare dolore tu: allora la tua sofferenza mi toccherà; ma se farai male la tua parte, mi addormenterò o mi metterò a ridere". Per secoli, insomma domina un’idea di rispecchiamento, di mimesi naturale: l’attore cerca di sentire le emozioni che il testo suggerisce, così le può esprimere in modo da comunicarle al pubblico.
Un ulteriore contributo sulla ricerca della verità scenica viene da Artaud, il quale nel teatro della crudeltà fa rivivere la parola attraverso la fisicità carnale dell’attore. L’attenzione è da lui posta ora sull’azione, ovvero nell’incontro fra interiorità corporea e comunicazione. Nell’azione fisica ed emotiva, attraverso il processo dell’improvvisazione, non c’è manipolazione, né finzione, né costruzione di artificiosità. Il teatro delle passioni artificiali è abolito per un processo di creazioni le cui tappe sono: l’improvvisazione libera, la formalizzazione dell’azione, l’applicazione del testo all’azione. Il montaggio, poi avviene come su pellicola cinematografica, dove nella fase 2 si imprimono le immagini e nella fase 3 il suono. Dopo di che si tagliano e si incollano le varie sequenze di fotogrammi. Soffermiamoci adesso sulla funzione terapeutica del teatro. Nella fase 1 la creatività dell’attore ha libero campo, ed egli mostra il proprio grado di scissione tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere. E questa scissione non va assolutamente negata, pena la caduta della creatività. Erich Neumann, nel saggio su L’uomo creativo e la trasformazione, spiega che l’esperienza creativa non può esistere come qualcosa che ha relazione con il “superamento della scissione” operata dalla coscienza e con il ritrovamento della realtà originaria, poiché essa è in continua evoluzione. (Erich Neumann, L’uomo creativo e la trasformazione, traduzione di Spagnolo Vigorita, Marsilio, Roma 1981).
Improvvisando una scena, l’attore entra in contatto con la propria realtà originaria, il proprio sé profondo, che non può afferrare né fissare, in quanto esso è in continua trasformazione. Egli può, attraverso la momentanea scissione della personalità, intravederne l’altra immagine e farla sua nell’azione scenica. Il personaggio mostra così a chi osserva il riflesso del Sé dell’attore, della sua realtà originaria, quella che si dice essere vera.
La scissione, la mancata fedeltà al sé quotidiano, quando si mostra nell’improvvisazione teatrale si pone come altro da sé, come stravolgimento di un qualcosa di statico ed è alla base d’ogni copione o elaborazione drammaturgia. Per avere un buon impatto emotivo sul pubblico, il “mistero” che l'attore esprime deve rimanere tale. Se il mistero resta tale, il pubblico, per rispecchiamento, potrebbe avere la visione del mai visto prima.
Quindi secondo Neumann il teatro gioca in occidente una funzione importante, in quanto rispecchia l’Io di un uomo che, per costituzione psicologica, è costretto a una personalità multipla, divisa tra molti personaggi da interpretare.
La questione della verità scenica è sollevata da Stanislavskij, ma è Grotowski che, attraverso una ricerca complessa sulle azioni vocali e corporee, giunge alla definizione dell’azione scenica come la “qualità pura del vero Sé”. Sin dalle origini la ricerca di Grotowski, regista polacco, ruota intorno a Stanislavskij che, nei primissimi anni del Novecento, cerca la via della realtà scenica attraverso uno scavo nella memoria emotiva dell’attore. Ma quello che più interessa inizialmente al regista polacco sono le ultime definizioni del “lavoro dell’attore su se stesso”. Dunque l’analisi delle “azioni fisiche”, per cui l’interprete non deve tendere a rievocare dentro di sé un’emozione allo stato puro, ma capire quale effetto fisico abbia l’emotività e come il moto interiore si trascriva nel gesto e nell’atteggiamento, tentando di ridefinire il movimento fisico generato dall’interno. Ma, se in Stanislawskij tutto il procedimento è finalizzato a una comunicazione indirizzata verso lo spettatore e realizzata attraverso un personaggio, in Grotowski la ricerca si sposta sulla non necessità di un confronto esterno per dedicare la massima importanza al confronto interno senza un supplementare elemento di finzione.
Così, il procedimento non può che compiere una traiettoria all’inverso, tornando al mito, svelando i segni arcaici della cultura interiore, come un graffito ancestrale che si incide nella coscienza dell’attore. Grotowski non lascia un metodo come invece è per Stanislavskij, ma ha lasciato un percorso di ricerca, un procedimento. Ancor oggi, assistendo alle dimostrazioni di lavoro del suo Centro di Ricerca, a Pontedera (Pisa), si rimane stupiti di come i giovani attori comunichino non un testo o qualcosa che assomiglia a uno spettacolo, ma energia allo stato puro. A proposito di questo così scrive un critico teatrale: "Si compone un complesso universo di relazioni spaziali e figurali fra quegli attori, e queste segnano percorsi emotivi e interiori che i sei si comunicano fra di loro attraverso una precisa partitura. Così come a noi resta il segno fortissimo di un’energia che questi attori si rimandano fra di loro e fanno rimbalzare su di noi, ma che non è l’impennata emotiva di una comunicazione momentanea, ma costruita con un lavoro artigianale sui mezzi più elementari della percezione di sè, e sul trasferimento di questi nella voce e nel gesto."
Ecco cosa può succedere nel momento magico in cui qualcuno dà vita ad un personaggio cercando di coinvolgere se stesso e il suo universo emotivo: un’energia mi avvolge delicata come una seta, riscaldando il mio corpo di altre vite…io sono Iago , io sono Cesare, io sono Romeo, io sono Giovanna d’Arco…o potrei esserlo perché io sono colui che tutto è, e niente è…colui che vive vivendo altre vite, colui che può morire più volte rialzandosi sempre più forte, disposto a concedere sorrisi, lacrime e amore; disposto a concedere se stesso per far provare sensazioni, emozioni…ma soprattutto per sognare e per far sognare…io sono l’attore.

Daniele Aureli
Inserita il 10 - 04 - 07
Fonte: Daniele Aureli
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