Che ci crediate o meno, le pellicole ai tempi del muto, sino agli anni ’30, possedevano un’altissima carica erotica: non solo per quanto riguarda i cosiddetti “porno-movies” (risalenti addirittura ai primi del ‘900), ma anche opere inappuntabili di Registi come Griffith o Stroheim riproducevano sequenze quantomeno spregiudicate e provocatorie.
In particolare sembra che Eric Von Stroheim (1885-1957), in quanto tenace sostenitore di quello che amava definire “realismo”, non si limitasse a mettere in scena le rappresentazioni di orge e bordelli che spesso compaiono nei suoi film (ricordiamo “Sinfonia Nuziale” e “Queen Kelly” del 1928). La leggenda narra infatti che il Regista austriaco si soffermasse diverse ore, dopo la chiusura degli stabilimenti, sul set allestito e proprio lì, tra morbidi cuscini ed esotiche ambientazioni, desse vita a sfrenati baccanali di antica memoria.
Ben presto però i moralisti benpensanti corsero ai ripari, cercando di ridurre le situazioni “licenziose” presenti nei film ed arginare gli scandali che certo non mancavano all’interno dello star-system hollywoodiano (ricordiamo quello che travolse il comico Fatty Arbuckle, accusato di omicidio e violenza carnale).
Questi echi di ferreo conformismo e ottusa intransigenza trovarono libera (per così dire) espressione nel politico William Harrison Hays (1879-1954, vedi foto).
Questo signorotto puritano, proveniente dall’intellighenzia repubblicana made in U.S.A., divenne Presidente della M.P.P.D.A.A. (Motion Picture Producers and Distributors Association of America) nel 1921, ponendosi il nobile ed illustre obiettivo di ristabilire “la più alta moralità e il più alto livello artistico” nella produzione cinematografica.
Fu così che nel 1934 nacque, ad opera del giornalista M. Quigley e del gesuita Daniel A. Lord, quello che verrà ricordato negli annali cinematografici come il famigerato “Codice Hays”, in quanto da lui supervisionato e approvato. Tale forma di autoregolamentazione divenne ben presto l’incubo di ogni Regista i cui film, come in un crudele laboratorio di anatomia, furono sottoposti a irreversibili tagli e mutilazioni. Intere scene finirono così per perdersi nell’oblio di una censura cieca e inamovibile, mentre la libertà espressiva degli autori veniva inevitabilmente soffocata.
Dopo qualche decennio alcuni Registi, esasperati dal facile perbenismo del Codice, diedero inizio ad una vera e propria insurrezione contro il suo opprimente controllo: John Huston, Elia Kazan, e soprattutto Otto Preminger, attraverso la realizzazione di film dichiaratamente provocatori, decisero infatti di sfidare apertamente Hays e il suo conformismo.
Titoli come “Giungla d’asfalto” (“The asphalt Jungle” 1950, di John Huston), “Pinky la negra bianca” (“Pinky” 1949, di Elia Kazan) o “L’uomo dal braccio d’oro” (“The man with the golden arm” 1955, di Otto Preminger), rappresentano solo un anticipo di quei grandi sconvolgimenti che, da lì a pochi anni, avrebbero attraversato il nuovo continente.
Le violazioni del Codice si fecero allora sempre più frequenti tanto che, dopo una serie di revisioni (una nel ’56 e l’altra nel ’66), venne completamente abolito nel 1968.
Il Femminismo, la guerra in Vietnam, il Movimento Hippy, la ribellione giovanile, il Black Power e l’avvicendarsi della cosiddetta Rivoluzione Sessuale, rappresentano cambiamenti fondamentali che, al ritmo di musica Rock, cominciano a farsi strada nella società americana. Non c'è più posto per le convenzioni sociali che vengono così ricacciate e sostituite con le controculture dell’alienazione e del disagio giovanile, mentre film innovativi trasportano sugli schermi di tutto il mondo l’irrequietezza e il desiderio di fuga (possibilmente “on the road”) dell’americano medio.
Perché, quando il mondo cambia, Hollywood non può far altro che adeguarsi.
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Inserita il 25 - 04 - 07
Fonte: Deborah Macchiavelli
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