Quando si parla di cinema muto, molti storcono il naso e non apprezzano fino in fondo una pagina indelebile della storia della nascita del cinema, come per il linguaggio espressamente visivo, che andava diffondendosi, creando i generi e le specifiche di un nuovo sguardo, da studiare e amare con il tempo. Quindi, ha ancora senso occuparsi del periodo del muto, nell’era degli effetti speciali? La risposta affermativa risiede in molte opere attuali, di autori affermati come si vede in pellicole, quali: Juha di Aki Kaurismaki, Last Days di Gus Van Sant, Ferro 3 di Kim Ki-Duk. Soprattutto, autori come Abbas Kiarostami, Wong Kar-wai, Hou Hsiao Hsien, recuperano quella potenzialità visiva che diede vita all’universalità dei segni cinematografici, attualmente non solo appartenente alle origini della settima arte. Michel Marie, insegnate all’Università della Sorbonne Nouvelle-Paris 3, dove dirige l’UFR «Cinéma et Audiovisuel», ed esperto della materia, ripercorre il periodo glorioso del muto, attraverso le teorie di studiosi importanti, come Rudolf Arnheim e Ricciotto Canudo, portando alla luce gli elementi portanti che hanno costituito la forza e le evoluzioni espressive di quell’epoca. Viene messo a fuoco l’importanza delle didascalie e il loro interagire con le immagine, ristabilendo un quadro storico d’insieme per comprenderne gli autori e le scuole cinematografiche, analizzando alcune opere chiave, come la Corazzata Potëmkin e L’ultima risata. Sinteticamente la seconda parte del saggio è incentrata su approfondimenti e analisi di sequenze, biografie dei divi dell’epoca, personaggi ed eredità del film muto e l’importanza del montaggio. Un piccolo volume, facilmente leggibile, che si apprezza per la piacevole lettura.
Michel Marie
Il cinema muto
Un linguaggio universale
Lindau, Strumenti / Cahiers du cinéma
2008
96 pagine
Euro 12,80
Inserita il 01 - 03 - 08
Fonte: Matteo Merli
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