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Tris di donne e abiti nuziali:tris pigliatutto Voto del Redattore: 3
Tris di donne e abiti nuziali:tris pigliatutto
Tris di ...ironia drammatica,amara verità ed autentico jeux de théâtre.
Tris di donne e abiti nuziali non è un film femminista,ma una commedia anomala in quanto si dispone ad offrire sfumature plurime rispetto a quelle deducibili -perché prevedibili data la regolare struttura del genere scelta dal regista Vincenzo Terracciano.
Emerge,in maniera chiara e distinta,che la configurazione schermica non coincide ( e da ciò trae il suo punto di forza) con le illustri pellicole precedenti evocate dai critici cinematografici (la marca zavattiniana,l'episodio de “L'oro di Napoli”interpretato da Vittorio De Sica o gli altri esempi made in Italy -e non- sulla febbre del gioco)bensì,depotenziando alcuni elementi che ormai,per antonomasia, consentono di intuire l'atmosfera del film diventando spesso Ur-protagonisti(Napoli,il vizio,l'usura,la criminalità,la crisi coniugale, il precariato,il baby-pensionamento ecc...) concentra l'attenzione sul bravo Sergio Castellitto alias Franco Campanella. Lo si ammetta: il nome evoca il grigiore della quotidianità afferente al ceto impiegatizio, però tutto il resto è ...neutro/neutrale cioè quasi sempre in equilibrio fondendo il giorno e la notte ,il sole e il mare di nebbia avvolgente il viandante nel noto quadro di Füssli,la remissività e il riscatto ,l'Italia e la Germania,l'impulsività del fuoco partenopeo e la razionalità espressa nella teoria dei climi di Madame de Staël.
Infatti i personaggi parlano napoletano,italiano e tedesco essendo di quest'ultima nazionalità Josephine
(l'eccellente Martina Gedeck dalla generosa e rassicurante anatomia mediterranea con tempra combattiva neorealista), moglie di Franco che,come nella migliore tradizione letteraria e delle arti visive, impreca nella lingua materna monologando e prevalentemente dialogando con la figlia Luisa in procinto di sposarsi.
Al centro della vicenda vi è proprio il matrimonio della ragazza ed un libretto di risparmi per provvedere alle ingenti spese,tra cui l'abito nuziale, che il padre, travolto,repentinamente, dalla spirale dei debiti di gioco,sottomesso da un disincanto malato e compulsivo,sperpera nella vana speranza di una vincita risolutrice. Tale gesto rappresenta il climax delle sue azioni da sveviano inetto ed irresponsabile : lentamente (apprezzabile per contrasto la sintesi illustrativa )Franco oltre al denaro perde la dignità di uomo fino a non poter sedere ad alcun tavolo giacché disprezzato e a “vendersi” ad una sguaiata vedova libidinosa pur di continuare ad accedervi.Precipita nel fango, convinto eroicamente che i numeri al lotto,un cavallo alle corse compiano il miracolo,ma la moglie e il figlio Giovanni più acuti professionisti in questo settore fanno del vizio un'arte e velocemente giocano le loro carte foriere di soldi veri.
Castellitto ricorda nello sguardo di sognatore ferito,patetico illuso,vigliacco e vile il volto di Nino Manfredi in “Pane e cioccolata” e soprattutto diventa con gli occhi strabuzzati o tronfi di sicurezza(inforcando neri occhiali da sole),i baffetti ed il passo svelto di chi,elegantemente, vuol darsela a gambe-seguito dalla corsetta comica più che atletica-la macchietta da cabaret con tanto di cappello di paglia di Firenze, giungendo quasi a vera e propria maschera di grande pregio non lontana dalla fisionomia di Totò in “Uccellacci e uccellini”(Pier Paolo Pasolini,1966) e prima ancora ne “La patente“,quarto episodio di”Questa è la vita” (Luigi Zampa et alii 1955) tratto dall'omonima commedia in un atto di Pirandello .
Mentre con costanza si ode un mandolino e la sua inimitabile dolce melodia stride con la marcia funebre più consona alla morte impossessatasi di Franco,tutte le inquadrature sono semplici e nette composte in prevalenza da totali e figure intere,prive di luce in esterni (Napoli è notturna e senza sole,molto simile alla città mostrata in“Giallo napoletano”)ed interni(la casa coniugale,il ristorante in cui lavora Giovanni,la stanza della fidanzata,la scuola dove insegna Luisa,l'Accademia del Biliardo, il locale della vedova,il laboratorio dell'usuraio ecc... ) per suggerire l'angustia,il senso di claustrofobia ed angoscia della situazione,evitando la focalizzazione ossessiva delle carte da gioco o del sudore sgorgante per la tensione. Non è inoltre necessario conoscere il vero hic et nunc della storia: limitando il ricorso ai cellulari o ad elementi tipici di una città contemporanea di camorra e manifesti pubblicitari,si sceglie vigorosamente di non intraprendere il risvolto sociale o l'analisi in senso medico della patologia da cui è affetto Franco.
Inoltre la vertigine interiore del protagonista pronunciante senza freno la parola che lo ridurrà sul lastrico:”Banco” è tradotta da un roteare dei soli volti in dissolvenza degli altri giocatori partecipanti alla medesima partita.
La pulizia conferita nella resa del delirio è degna di una scena pseudo-onirica di “Metropolis”(Fritz Lang ,1927).
...Ecco allora dall' implicito pensiero ad una vena espressionista,la chiave interpretativa adatta andrebbe trovata negli stessi anni Venti ed è grottesca secondo la definizione di Pirandello(1920):”una farsa che includa nella medesima rappresentazione della tragedia la parodia e la caricatura di essa,ma non come elementi soprammessi ,bensì come proiezione d'ombra del suo stesso corpo,goffe ombre d'ogni gesto tragico” consentendo, coerentemente alle sue riflessioni nel saggio sull'umorismo( 1908),di considerare il “grottesco” come la forma che l'arte “umoristica”assume sulla scena teatrale...e nell'opera di Terracciano, sul grande schermo.Mariangela Imbrenda
Inserita il 11 - 10 - 09
Fonte: mariangela imbrenda
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